La rivista di Arablit – Anno II, numero 3, giugno 2012

Questo numero de “La rivista di Arablit” è interamente dedicato al premio Nobel Naǧīb Maḥfūẓ e raccoglie alcuni interventi del convegno internazionale che si è tenuto alla Sapienza Università di Roma dal 5 al 6 dicembre 2011, per celebrare il “Tributo a Naǧīb Maḥfūẓ nel centenario della nascita”. Il pezzo che segue è l’intervento introduttivo, in cui si è cercato di ricostruire succintamente il successo editoriale di Maḥfūẓ in Italia.  

This issue of “La rivista di Arablit” is fully dedicated to the 1988 Nobel Laureate in Literature, Naǧīb Maḥfūẓ, and it contains some of the papers presented at the international conference “Tributo a  Naǧīb Maḥfūẓ nel centenario della nascita”, held at Sapienza University of Rome on 5-6 December 2011 to celebrate the centennial of the great Egyptian writer’s birth.  The following article is the text of the introductory speech aimed at offering a brief account of the success that Maḥfūẓ’s books have had in Italy.

Malgrado Maḥfūẓ fosse uno scrittore già molto noto in Egitto e nel Mondo arabo, dove molti suoi romanzi sono anche diventati famosi film, si può dire che prima del conferimento del premio Nobel, cioè prima del 1988, era praticamente sconosciuto in Europa e soprattutto agli editori occidentali, dal momento che la letteratura araba, a quell’epoca, non godeva né di popolarità né di interesse.

Ma se Maḥfūẓ era sconosciuto agli editori nostrani, non lo era agli arabisti che avevano iniziato a studiare le sue opere alla Sapienza. Il grande arabista Francesco Gabrieli, che è stato il maestro di tutta la nostra generazione, sicuramente nel corso dei suoi viaggi aveva avuto modo di conoscere le opere di questo grande scrittore egiziano, perché aveva assegnato a una sua studentessa, la futura professoressa Daniela Amaldi, una tesi di laurea proprio sull’opera principale di Maḥfūẓ, la famosa Trilogia. Eravamo nel 1971, e più o meno in quegli stessi anni anche nel resto dell’Europa, soprattutto in Francia, si cominciavano a studiare, e in seguito si sarebbero anche tradotte, alcune opere dello scrittore egiziano. Negli anni ’80 Daniela Amaldi, che nel frattempo aveva continuato a studiare l’opera di Maḥfūẓ, pubblicando diversi articoli, aveva poi tradotto un suo romanzo breve (si trattava di al-Karnak), con l’intento di pubblicarlo. Ma i tempi non erano ancora maturi per l’editoria italiana – che è sempre stata poco temeraria nell’avventurarsi in campi inesplorati – e l’unico che si mostrò interessato a pubblicare il romanzo fu un piccolo editore di Salerno, Ripostes, che non sapeva di avere tra le mani l’opera di un futuro premio Nobel.  E così, un anno prima dell’assegnazione del Nobel, in Italia veniva pubblicata la traduzione del romanzo al-Karnak, (con il titolo de Il caffè degli intrighi).

Quando poi nel 1988 l’Accademia Svedese annunciò il conferimento del premio Nobel per la letteratura a uno scrittore egiziano, la notizia colse di sorpresa sia i giornalisti sia gli editori che incominciarono a chiedersi chi fosse mai questo scrittore, e iniziarono a rincorrere le pochissime persone che fossero in grado di rispondere a questa domanda. All’epoca non c’era internet.

Alcuni dissero che quel premio era stato dato per una sorta di “giustizia geografica”, dal momento che l’Accademia Svedese aveva ignorato fino a quel momento tutta quell’area geografica. Altri, non avendo elementi per formulare alcun giudizio, dissero che sicuramente si trattava di una scelta piuttosto sorprendente. Altri ancora intravidero, invece, un’importante svolta culturale della vecchia Europa che così, finalmente, usciva dal suo eurocentrismo per avventurarsi nelle culture degli Altri, soprattutto nelle culture del Sud del mondo che non andavano più viste come esotiche e lontane, ma vicine e portatrici di nuovi valori.

Il conferimento del Nobel a un egiziano anche per l’Italia fu una svolta a dir poco significativa, perché si aprirono le porte alla cultura di tutto un mondo totalmente sconosciuto, o meglio noto soltanto nel ristretto ambito accademico. Si deve aggiungere, tuttavia, che a quell’epoca gli studi di arabistica subivano ancora l’influenza di un spiccato orientalismo, quello che Edward Said ha così ben definito come un chiaro «fenomeno culturale e politico e non soltanto una vuota astrazione».  Inoltre, bisogna aggiungere che, tranne rare eccezioni, né Maḥfūẓ, né tantomeno la letteratura araba moderna o contemporanea, in genere, erano oggetto di studio neanche nelle nostre accademie perché, a quei tempi, la maggior parte degli orientalisti nostrani riteneva – e c’è ancora chi lo ritiene oggi – che la produzione letteraria araba contemporanea non fosse degna di essere studiata, così come si studiano le altre letterature del mondo. Il vero arabista, a quell’epoca, era soltanto colui che si dedicava al patrimonio culturale arabo-islamico del passato. Gli studiosi che si occupavano della produzione letteraria contemporanea non venivano considerati dei veri orientalisti o degli arabisti come si conveniva, quanto piuttosto generici divulgatori di una cultura ritenuta marginale.

Ancora alla fine del 1960 c’era chi come Vincent Monteil, in un’antologia pubblicata in francese (a Beirut), nell’introduzione scriveva che, malgrado si dovesse riconoscere l’esistenza di molte opere degne d’interesse, secondo lui, gli arabi «stavano ancora aspettando il loro Tolstòj, Dostoevskij, Malraux o Proust». Dello stesso avviso era anche il noto orientalista francese Jacques Berques che, in una prefazione ad un’altra antologia della letteratura araba contemporanea, sempre apparsa in quegli anni, diceva espressamente che non si poteva ancora giudicare la produzione araba contemporanea, ma bisognava aspettare, mentre Raoul Makarius aveva affermato ancora più esplicitamente che si doveva attendere che il prodotto invecchiasse, proprio come si fa con il vino, per capire se fosse buono o meno, perché «[l]es jugements d’ensemble ne seront possibles que lorsque le temps aura décanté les produits de ces vendanges donc les grappes s’amoncellent en vrac».

Anche il nostro Francesco Gabrieli, che pur aveva avuto il merito di aver fatto “scoprire” in Italia Naǧīb Maḥfūẓ, in fondo condivideva questi giudizi perché riteneva che la produzione letteraria araba, in genere, fosse caratterizzata da «una estrema cura del particolare a scapito dell’insieme», o ancora «l’amor della parola come puro suono» e infine lamentava  che alla letteratura araba mancasse la grande cultura greco e latina «a fren dell’arte».

Tutti questi giudizi, piuttosto superficiali, comunque, anche se provenienti da studiosi autorevoli, denotavano soprattutto una mancanza di conoscenza della produzione letteraria araba contemporanea.

Tornando quindi al 1988, si capisce perché il premio Nobel conferito a un autore egiziano abbia rappresentato una pietra miliare non solo per la nostra cultura, e per la nostra editoria, ma soprattutto per tutta una nuova generazione di arabisti che, rispetto ai propri maestri, si poneva in maniera diversa nei confronti di questa produzione letteraria, e cercava di capire per quale motivo ci fosse stato un tale blackout che poi sarà così ben spiegato da Edward Said.

Il premio Nobel egiziano segnava, infatti, un cambio di direzione di tutta una politica culturale non solo italiana, ma europea, in genere, perché anche le istituzioni statali, gli enti locali in l’Europa, iniziarono a fare una serie di progetti per le scuole, per le biblioteche, per le associazioni che si occupavano di immigrazione, promuovendo festival, fiere dei libri, incontri e altre attività culturali. Nasceva in questo modo una nuova politica culturale nelle università, nelle scuole e nell’editoria occidentale.

È stato così che è cominciata la carriera di traduttore di molti arabisti europei ed è così che la letteratura araba ha iniziato a essere tradotta e apprezzata anche dagli italiani.

Quando però ci si è trovati davanti alla scelta di quale libro tradurre, tra le decine di opere che Maḥfūẓ aveva scritto, c’è stato un certo imbarazzo sia da parte degli editori che annaspavano nel buio, sia da parte dei traduttori. Sì, perché Naǧīb Maḥfūẓ è stato uno scrittore estremamente prolifico e nella sua lunga carriera ha dato alle stampe oltre una quarantina di romanzi, circa una ventina di raccolte di racconti e una più modesta produzione teatrale, in cui ha amalgamato il racconto breve con la pièce teatrale, creando così un nuovo genere di “teatro da leggere”.

In Italia è stato l’Editore Feltrinelli che per primo ha pubblicato alcuni dei suoi romanzi brevi, come Zuqāq al-Midaqq (Il vicolo del Mortaio), Ḥikāyāt ḥarātinā (Il nostro quartiere), al-Liṣṣ wa ’l-kilāb (Il ladro e i cani), tutti ambientati nei vicoli e vicoletti della sua amata città del Cairo. Poi un piccolo editore, Edizioni lavoro, ha dato alle stampe un altro romanzo di Maḥfūẓ, Mīrāmār (Miramar), che insieme a al-Summān wa ’l-ḫarīf  (La quaglia e l’autunno) sono gli unici due lavori ambientati ad Alessandria d’Egitto. Infine, l’editore Pironti di Napoli ha intrapreso nel 1989 la pubblicazione della sua più famosa Trilogia con la quale Naǧīb Maḥfūẓ sarà consacrato a grande scrittore di tutto il mondo arabo.

Oggi, dopo 24 anni da quel premio, che per ora rimane l’unico Nobel conferito a un autore arabo, l’editoria ha praticamente recuperato il tempo perduto. In Italia di Maḥfūẓ sono state pubblicate una trentina di opere, tra romanzi (compresi quelli sul periodo faraonico, scritti all’inizio della sua carriera), raccolte di racconti, autobiografie, oltre a un romanzo che è stato ripubblicato in edizione (semplificata scolastica) per le scuole italiane.

Alla fine della sua carriera Maḥfūẓ ha inoltre scritto due opere pseudo-autobiografiche,  Aṣdā’ al-sīrah al-ḏātiyyah (Echi di un’autobiografia, 1994) e Aḥlām fatrat al-naqāhah (Sogni del periodo della convalescenza, 2004), sottolineando come con le parole “echi” o “sogni” egli intendesse dare al lettore solo pochi sprazzi della sua vita privata, come dei flash su svariati episodi, perché, coerentemente con il suo carattere, egli è sempre stato estremamente schivo e riservato e non ha mai voluto parlare o scrivere di sé.

Una delle peculiarità di Naǧīb Maḥfūẓ è quella di aver scritto sempre in arabo “classico”, al-fuṣḥà, anche nei dialoghi, favorendo, in questo modo la comprensione delle sue opere in tutto il mondo arabo. Nel discorso ufficiale per la cerimonia del Nobel egli cercherà di trasmettere il suo grande amore per la lingua araba anche al pubblico presente nell’accademia svedese, quando dirà: «Vorrei pregarvi di ascoltare con benevolenza il mio discorso, in una lingua sconosciuta a molti di voi. Ma voglio sottolineare che è la lingua araba a essere la vera vincitrice del premio. Perciò lasciate che la sua melodia fluttui per la prima volta nella vostra oasi di cultura e di civiltà».

Il grande successo di Naǧīb Maḥfūẓ, infine, si deve al cinema. Molti suoi romanzi, infatti, sono diventati film di grande successo in tutto il mondo arabo, “dall’Atlantico al Golfo”, ossia dal Marocco al Golfo Arabo; e di questo lo scrittore era molto fiero, perché riteneva che se un libro potesse essere letto da un migliaio di persone, un film poteva essere visto da milioni di arabi ai quali si poteva trasmettere anche il suo messaggio di grande umanità, tolleranza e cultura universale. Complessivamente sono 43 i film di produzione araba tratti dalle sue opere.

Nella sua lunghissima carriera letteraria Maḥfūẓ ha interrotto tre volte la sua attività di scrittore. La prima nel 1952, dopo il colpo di stato che portò alla fine della monarchia di Re Faruq e l’inizio dell’Egitto repubblicano di Nasser, Sadat e Mubarak, la seconda volta nel 1967, per la guerra arabo-israeliana. Poi anche nel 1994 dovette smettere di scrivere, questa volta per forza maggiore, perché fu ferito gravemente in un attentato terroristico per mano di un estremista religioso che cercò invano di far tacere quella che era diventata ormai la voce più autorevole di tutta la cultura araba.

Io ho incontrato diverse volte Maḥfūẓ quando ormai era già avanti negli anni, e ricordo l’alone di affetto che si respirava in quel caffè galleggiante sul Nilo, Farāḥ Boat, dove negli ultimi anni egli amava andare e per incontrare i suoi amici, e ricordo anche la sua grande generosità e umanità. Egli non si risparmiava nemmeno davanti ai visitatori stranieri come me.

Quando lo vidi per la prima volta, gli dissi una frase che mi piace ripetere spesso perché ha significato per me stessa una svolta di vita. Mi presentai, spiegandogli che avevo tradotto il suo romanzo Mīrāmār e gli dissi: «Maestro, Ḥaẓẓak, ḥaẓẓī». (Maestro, la tua fortuna è stata la mia fortuna).  E con la “mia fortuna” alludevo non soltanto alla mia carriera di traduttrice, ma anche a tutto quello che aveva significato il suo premio Nobel non solo per me, ma per tutta una generazione di arabisti in Occidente. Forse se non ci fosse stato il premio Nobel a Maḥfūẓ, molti di noi avrebbero avuto una vita diversa e non esisterebbe neanche questa rivista che si occupa di letteratura araba contemporanea.

Recensioni

Comitato scientifico e di redazione
Acquista

Numeri recenti