Robyn Creswell, City of Beginnings. Poetic Modernism in Beirut, Princeton University Press, Princeton; Oxford 2019, pp. 259.

in La rivista di Arablit, a. IX, n. 17-18, dicembre 2019, pp. 155-159.

Se c’è un campo di ricerca ancora troppo poco frequentato dalla critica, specialmente in lingue diverse dall’arabo, è certamente il modernismo poetico arabo. A parte il nome di ʿAlī Aḥmad Saʿīd Isbir, alias Adūnīs (Adonis) – oggi peraltro noto spesso più per controverse posizioni ideologiche che per il suo contributo poetico e critico – rimangono quasi del tutto nell’ombra i nomi di protagonisti altrettanto importanti. E se il loro ruolo viene sommariamente descritto in manuali generali sulla letteratura o sulla poesia araba, rari sono gli studi che propongono una puntuale analisi testuale della loro produzione poetica. Tra questi ultimi rientra il più che benvenuto volume di Robyn Creswell, edito dalla Princeton University Press come parte di Translation/Transnation, serie diretta da Emily Apter e dedita allo sviluppo di approcci e temi che pongono rinnovata enfasi sulla dimensione letteraria del transnazionalismo.
Oggetto generale del libro è il modernismo poetico arabo, ossia quel movimento di rinnovamento poetico che, pur se affonda le radici negli esperimenti dei decenni precedenti, trova la sua fioritura a partire dagli anni Cinquanta in quella Beirut liberale che fino alla guerra civile del 1975 rappresenta uno, se non il più importante faro culturale del mondo arabo, quantomeno in campo poetico. Chi si fece promotore di questo rinnovamento fu un gruppo di poeti raccolto attorno alla rivista “Šiʿr”, impegnato nel non-impegno e rivale quindi dell’esercito dell’iltizām (impegno) panarabo, guidato da “al-Ādāb”. Protagonista del libro di Creswell è proprio questo gruppo, «the most significant literary grouping in the Arab World since World War II» [p. 4], come afferma entusiasticamente l’autore nell’Introduzione. E l’entusiasmo non appare fuori luogo, sia perché è difficile negare il valore delle innovazioni portate caparbiamente avanti da questi poeti, sia perché Creswell stesso dimostra concretamente, attraverso la descrizione del contesto locale e internazionale in cui operarono e l’analisi di testi critici e poetici scelti, la coerenza e consistenza del progetto modernista portato avanti da “Šiʿr”.
Il volume comprende una Introduzione, sei capitoli e un Epilogo. L’Introduzione fornisce le coordinate principali del lavoro: oggetto, obiettivi e metodologia. Lo studio ha evidentemente come oggetto il movimento modernista beirutino rappresentato dal gruppo “Šiʿr” e intende fornire un’introduzione all’opera di questi poeti, rivolgendosi soprattutto al pubblico di lettori di lingua inglese e agli studiosi di modernismo poetico, nel cui ambito è stato spesso trascurato l’apporto libanese. A livello metodologico, l’autore ricorre a una dettagliata analisi testuale di scritti poetici e critici, ma non manca di allargare lo sguardo e collocare la materia trattata in un più ampio panorama intellettuale, sottolineando le differenze tanto con i movimenti di pensiero arabo contemporanei quanto con i modernismi di matrice europea/statunitense. Degno di nota è il fatto che, sul finire dell’Introduzione, l’autore dà un saggio del suo modo di procedere, attraverso l’analisi della poesia Nūḥ al-ǧadīd (Il nuovo Noè) di Adonis.
I primi due capitoli offrono un quadro storico e intellettuale dell’affermazione del modernismo a Beirut. Il primo capitolo, Lebanon and Late Modernism, inquadra il movimento “Šiʿr” da un duplice punto di vista: da una parte, nel contesto della peculiare situazione culturale e politica libanese nel periodo compreso tra l’indipendenza del 1946 e la guerra civile del 1975, quando la retorica di un internazionalismo liberale fornì lo spazio per il fiorire di innumerevoli e pregevoli fenomeni letterari; dall’altra, il movimento è inquadrato anche in relazione al contesto tardo modernista mondiale, prendendo in considerazione in particolare i rapporti tra il gruppo “Šiʿr” e il Congress for Cultural Freedom (CCF), l’organizzazione della CIA che supportava gli intellettuali anti-comunisti nel mondo nei due decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Il secondo capitolo, intitolato The Genealogy of Arabic Modernism, esamina le matrici ideologiche alla base del modernismo di “Šiʿr”. La genealogia parte dall’influenza che sui poeti del gruppo ebbe Anṭūn Saʿādah, sia per il fatto che molti di essi aderirono al suo partito, sia soprattutto perché condivisero alcune proposte che avanzò in ambito letterario, in particolare: l’universalizzazione della letteratura siriana; il recupero della mitologia locale in ottica universalistica; la professionalizzazione del letterato. Constatando il progressivo distacco dalla ideologia del partito, la genealogia prosegue prendendo in considerazione il rapporto tra il fondatore di “Šiʿr” Yūsuf al-Ḫāl e il filosofo e diplomatico Šārl Mālik (Charles Malik), la cui influenza si tradusse in una più spiccata libanesità e in un maggiore accento sulla persona invece che sulla collettività. Il capitolo si conclude con la descrizione dell’ultimo passo che precedette la fondazione della rivista, ossia la nota lezione di al-Ḫāl al Cénacle libanais dell’inizio del 1957, dal titolo Mustaqbal al-šiʿr fī Lubnān, in cui furono riassunti i principi cardine del nascente modernismo libanese.
Se i primi due capitoli del libro forniscono il quadro culturale e ideologico in cui si inserisce il gruppo “Šiʿr”, i successivi quattro colgono alcuni aspetti caratteristici del modernismo libanese desunti direttamente dall’analisi testuale della produzione di due insigni figure del gruppo, Adonis e Unsī al-Ḥāǧǧ: la concezione dell’uomo; la poesia in prosa; la costruzione del controcanone; l’innovazione dei generi poetici.
Il terzo capitolo, Figuration and Disfiguration in The Songs of Mihyar the Damascene, prende in esame la raccolta di Adonis Aġānī Mihyār al-Dimašqī (I canti di Mihyar il Damasceno, 1961), «who most powerfully represents the Shiʿr’s poets conception of man» [p. 94]. Accanto e attraverso un’accurata analisi di alcune poesie della raccolta, l’autore traccia l’evoluzione del poeta da una militanza politica più dichiarata a una poetica di autonomia liberale, sottolinea la sua condizione di esule emigrato, descrive la sua concezione della qaṣīdat al-naṯr (poesia in prosa) e la sua dipendenza dalla poesia di Saint-John Perse.
Il quarto capitolo, The Origins of the Arabic Prose Poem, affronta la spinosa questione della forma poetica di cui, pur con iniziali riserve, “Šiʿr” si fece promotrice, la qaṣīdat al-naṯr per l’appunto. Ma la cosa più notevole è che lo fa cimentandosi nell’analisi di Lan (Non, 1960) prima raccolta poetica di Unsī al-Ḥāǧǧ. Notevole non soltanto per il fatto che il poeta in questione sia tra quelli più immeritatamente trascurati dagli studiosi – con poche valide eccezioni –, ma soprattutto per le tante difficoltà traduttive e di analisi che il testo riporta. E l’autore riesce egregiamente nel compito. Dopo una prima parte in cui delinea i termini del dibattito circa la nuova forma poetica tra il gruppo “Šiʿr” e la campionessa del verso libero Nāzik al-Malāʾikah, inquadra la raccolta di al-Ḥāǧǧ e, attraverso l’analisi di due poesie, descrive le caratteristiche della sua poesia in prosa, debitrice di un’ammirazione dichiarata nei confronti della poesia di Antonin Artaud.
Il quinto capitolo, The countercanon. Adonis’s Anthology of Arabic Poetry, torna su Adonis e affronta una questione tipicamente modernista, quella del rapporto con la tradizione e della necessità di costituire un canone alternativo a quello tradizionale. La scelta testuale dell’autore ricade sui tre volumi del Dīwān al-šiʿr al-ʿarabī (Antologia di poesia araba), frutto di un’accurata operazione di «differentiation and autonomy» [p. 158] da parte di Adonis, dietro cui si legge l’evoluzione del suo particolare rapporto con il turāṯ, il patrimonio culturale del passato.
Il sesto e ultimo capitolo, “He Sang New Sorrow”. Adonis and the Modernist Elegy, è incentrato su un altro aspetto critico del modernismo, quello del rapporto con i generi letterari tradizionali e, nel caso specifico, con l’elegia. Attraverso l’analisi di una serie di marṯiyyāt (elegie) di Adonis, con particolare attenzione dedicata a Qabr min aǧli New York (Tombeau per New York, 1971), l’autore riesce a cogliere le innovazioni introdotte dal poeta al genere del riṯāʾ (elegia), specchio di un’ulteriore evoluzione nella sua poetica e nella sua ideologia del post-1967.
L’Epilogo conclusivo, che riporta il titolo Tehran 1979 – Damascus 2011, appare come una sorta di arringa in difesa di Adonis, accusato di aver usato due pesi e due misure nella valutazione della rivoluzione iraniana del 1979, che ai tempi salutò entusiasticamente, e della rivolta in Siria iniziata nel 2011, accolta con notevoli riserve. Superando le sterili accuse di settarismo, Creswell riesce a ricostruire, riprendendo concetti espressi nel corso del volume, un filo di pensiero che tra indubbi ravvedimenti e ritrattazioni dipinge un atteggiamento di Adonis complessivamente coerente con la sua concezione di modernità.
Un’ultima caratteristica peculiare del volume è la presenza di tre appendici incorporate all’interno del secondo e del quarto capitolo, contenenti la traduzione di alcuni testi utilizzati nello studio, nello specifico: il testo di Archibald MacLeish, pubblicato nel numero di apertura di “Šiʿr” (inverno 1957), e le due poesie Fuqqāʿat al-aṣl aw al-qaṣīdah al-māriqah (La bolla dell’origine o la poesia eretica) e Našīd al-bilād (Inno del paese), entrambe parte della raccolta Lan di Unsī al-Ḥāǧǧ.
City of Beginnings rappresenta un contributo di valore nel panorama degli studi di letteratura araba per una serie di motivi. Innanzitutto, ha gettato nuova luce sul fenomeno legato al gruppo “Šiʿr” che, nonostante sia stato oggetto di diversi studi in passato, richiede ancora importanti indagini data la complessità e varietà al suo interno. Nel farlo, Creswell ha dimostrato non solo una competenza linguistica e critica che gli ha permesso di presentare delle accurate analisi di testi poetici estremamente complessi, ma anche una capacità di muoversi tra questi e i testi critici degli stessi poeti, dando quindi una visione complessiva della loro poetica. Altro merito del volume è il suo respiro internazionale e interdisciplinare, che consente di cogliere la portata dello specifico contributo modernista libanese in relazione a un contesto più vasto, arabo e non arabo. E questo sembra oggi il modo più efficace per fare apprezzare una produzione letteraria araba di pregio all’infuori della minuscola cerchia di specialisti del settore, senza dover ricorrere a deleterie partigianerie ideologiche.
A parte qualche definizione impropria o non del tutto condivisibile sparsa qua e là nel testo, come è il caso per il concetto di nahḍah sommariamente liquidato come «a broad historical term referring to various nineteenthcentury movements of reform that arose in response to the Napoleonic invasion of Egypt» [p. 160], nel complesso sembrerebbero due gli aspetti manchevoli o meno convincenti da segnalare. Anche se l’autore non ha ambizioni di esaustività su un argomento tanto vasto e complesso, sarebbe stato interessante inserire un parallelo con esempi di modernismo arabo, coevi o precedenti “Šiʿr”, che seppur meno maturi avrebbero potuto illuminare altri aspetti del fenomeno. E questo avrebbe senza dubbio arricchito la già ricchissima contestualizzazione con riferimento al modernismo internazionale e all’universo arabo dell’iltizām. L’aspetto lievemente meno convincente è relativo invece all’inserimento dell’Epilogo, che sembra esulare dagli scopi specifici della ricerca, nonostante l’accurata scelta documentaria serva senza dubbio a illuminare un aspetto significativo della personalità di Adonis, quello della sua evoluzione ideologica, di recente ingiustamente presa a motivo di discredito della sua intera opera di critico e poeta. Questo inserimento accentua il peso del poeta siriano all’interno della trattazione, rendendolo senza dubbio il punto di riferimento principale dell’autore nella sua definizione di un modernismo libanese decisamente polifonico.
Nei fatti, però, queste lievi osservazioni, che a fatica sono state rintracciate nel testo, non inficiano uno studio che, attraverso una prosa scorrevole, ma sempre densa e pregnante, riapre un orizzonte di studi sconfinato, dove tanto ancora resta da esplorare, ma per il quale Robyn Creswell è riuscito a fornire gli strumenti adatti per apprezzarne le molteplici sfumature e l’affascinante produzione poetica.

This is an Article from La Rivista di Arablit - Anno IX, numeri 17-18, dicembre 2019

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L’Autore

Arturo Monaco | Dottore di ricerca in Civiltà, Culture e Società dell’Asia e dell’Africa, presso il Dipartimento Istituto Italiano di Studi Orientali – ISO, Sapienza Università di Roma.