In nome del pane e della libertà: Tawfīq Yūsuf ‘Awwād e il suo al-Raġīf

(In the name of bread and freedom: Tawfīq Yūsuf ‘Awwād and his al-Raġīf)

in La rivista di Arablit, a. IX, n. 17-18, dicembre 2019, pp. 107-124.

World War I has often been the privileged setting for the artistic experience of many intellectuals, who tried to give their personal response to such an event that influenced the future of their society. Arab writers also offered a glimpse into an historical event whose effects were felt well beyond the confines of the “Western World”.  The experience of Lebanese writer Tawfīq Yūsuf ‘Awwād (1911-1989) flourishes in this literary milieu. In his book al-Raġīf (The Loaf, 1939), ‘Awwād describes the Arab revolt against the Ottomans during World War I: this novel was soon recognized as a landmark in the literary expression of Arab nationalism. al-Raġīf becomes the symbol of the impoverished inhabitants of a village subjected to a feudal authority: the author uses the powerful image of bread, symbol par excellence of life, to describe the daily struggle of the individual against every form of authoritarianism.

La Grande Guerra ha influenzato, allora come oggi, all’indomani del centenario dalla sua fine1, la tessitura di qualunque storia intellettuale-artistica: la guerra rappresentò, per la coscienza comune, la fine di un’epoca e il crollo, almeno in Europa, di un assetto politico-sociale basato sul conflitto tra i regimi liberali occidentali (Inghilterra e Francia) e quelli di impianto più autoritario, costituiti dagli Imperi centrali germanici e austro-ungarici. La ferita portò con sé qualcosa di profondo, legato non solo ai lutti e alle morti che pure devastarono il continente – con ovvie ripercussioni su un piano geopolitico globale –, ma anche alla sensazione di aver in qualche modo bruciato

un’ansia di rinnovamento sentita allora da diversi gruppi culturali e politici: e molti combattenti ‘democratici’ nutrirono la speranza che la guerra, con la sconfitta dei grandi imperi, portasse a un’affermazione della democrazia e delle nazionalità rimaste per tanti secoli oppresse, nel contesto di una pacifica Europa delle nazioni. […] La natura ‘democratica’ della guerra finì però per risolversi nella costrizione collettiva a parteciparvi, ad andare insieme incontro alla morte, per milioni di uomini strappati alla loro povera vita quotidiana senza nemmeno sapere perché: la guerra si rivelò come il più grande fenomeno di massa della storia contemporanea, come la realizzazione di una distruttiva e perversa democrazia, regolata da meccanismi micidiali e sottoposta a ferree regole gerarchiche2.

[…]


  1. Il centenario, da poco trascorso, dalla fine del Conflitto ha sancito l’inizio di una pratica, potremmo dire, di “Remembering the First World War”, come accuratamente recita il volume a cura di Bart Ziino (Remembering the First World War, Routledge, London 2014): «That persistent fascination with the war has been rendered by key scholars as a form of resistance to the loss of its living links, and an effort to re-imagine and reassert our connections to the conflict». Ivi, p. 1.
  2. G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, vol. 4, Einaudi, Torino 1991, p. 4.

This is an Article from La Rivista di Arablit - Anno IX, numeri 17-18, dicembre 2019

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L’Autore

Ada Barbaro |