Pierre Larcher, Orientalisme savant. Orientalisme littéraire. Sept essais sur leur connexion, Sindbad Actes Sud, Arles 2017, pp. 240.

in La rivista di Arablit, a. IX, n. 17-18, dicembre 2019, pp. 149-151.

Chi l’ha detto che un linguista non può occuparsi di letteratura? In tanti lo affermano: Fulāna bint Fulān «si occupa di lingua», Fulān ibn Fulān «si occupa di letteratura», e guai a oltrepassare steccati e recinti!
Al fardello di questo non infrequente atteggiamento (che avrà senza dubbio tarpato le ali a chissà a quanta ricerca originale), se ne aggiunge un altro che è calato molto più dall’alto: quello delle temibili burocrazie ministeriali che, in Italia come ailleurs, piegano l’insieme della ricerca scientifica a codici, acronimi, sigle e acrostici, incasellando il sapere in settori scientifico-disciplinari dai quali per ciascun ricercatore diventa imprudente discostarsi.
In un simile contesto, Pierre Larcher, emerito di Linguistica araba all’Università di Aix Marseille, ci offre una bella dimostrazione di come l’attività dello studiare possa andare ben al di là di certe tassonomie.
Accanto all’acuta attività di ricerca sulla tradizione linguistica araba, comprovata dalla sua profonda conoscenza del dibattito su questioni grammaticali di notevole tecnicismo, Pierre Larcher si è adoperato con maestria anche nella traduzione di componimenti poetici della letteratura araba classica, in particolare del periodo preislamico. Ed è proprio da questo secondo filone di ricerca parallelo che prende le mosse il volume qui preso in esame.
Pubblicato nella collana “La Bibliothèque arabe. Hommes et Sociétés”, l’opera qui presentata è costituita da sette capitoli o piuttosto, per riprendere le parole dell’introduzione, «sept enquêtes»: cinque dei capitoli costituiscono saggi precedentemente pubblicati in forma di articoli indipendenti, e due rappresentano invece scritti inediti; l’epoca cui risale l’oggetto del singolo contributo fornisce un ordine cronologico entro il quale i capitoli sono disposti.
Il filo conduttore degli studi è il sottile rapporto che lega due forme molto diverse di “orientalismo”: quello accademico, o savant, e quello creativo, o più specificamente littéraire.
Un filo conduttore che ci pare quasi rievocare il mitico uroboro, il rettile che si morde la coda a rammentare la ciclicità degli eventi, giacché i due orientalismi finiscono per proiettarsi in una infinita circolarità in cui l’uno suggestiona l’altro. Il primo, l’orientalismo savant, si dedica alla storia e alla conoscenza della cultura araba nelle sue multiformi manifestazioni; il secondo, l’orientalismo littéraire, favoleggia intorno a un “Oriente” con una consapevolezza talora claudicante che è frutto di consultazione delle opere dell’orientalismo accademico.
Si consideri, per esempio, Zadig ou le destiné, pubblicato da Voltaire per la prima volta nel 1747, un’opera ambientata nell’837 dove un capitolo parrebbe ispirato alla storia di Mosè raccontata dal Corano. Quali erano le fonti di Voltaire? Raccogliendo lo spunto di una corrispondenza privata con André Miquel, Larcher prova a proporre in merito qualche ricostruzione [pp. 23-41].
E che dire di Goethe che, fra il 1819 e il 1827, pubblica il suo celebre West-östlicher Divan in cui spicca il cosiddetto “canto della vendetta” del poeta preislamico Taʾabbaṭa Šarran [pp. 43-50]?
Più diretti sono gli apporti che gli orientalisti hanno fornito ai letterati quando questi ultimi, nel desiderio di riprodurre le atmosfere del romantico Oriente, hanno attinto all’orientalismo savant per nutrire lo spirito di quello littéraire. È il caso del francese Ernest Fouinet, studioso di lingue orientali e funzionario delle Finanze, o dell’austriaco Joseph von Hammer-Purgstall, diplomatico e ottomanista: il primo per i suoi ragguagli che si riveleranno preziosi nella redazione della raccolta di Victor Hugo Les Orientales del 1829 [pp. 51-89], il secondo per il contributo da cui sortirà la cosiddetta «Sentence orientale» contenuta nel romanzo di Honoré de Balzac La Peau de chagrin del 1831 [pp. 91-113].
Inoltre, si deve alle traduzioni di diversi orientalisti, non ultimo il già citato von Hammer, la fortuna che la Sīrat ʿAntar ha trovato presso numerosi letterati europei rimasti sedotti dalle gesta dell’epico eroe beduino. La sīrah approda al grande pubblico in Europa quando il libanese Chekri Ganem (1861-1929) le dedica un dramma in francese, rappresentato all’Odéon di Parigi nel febbraio 1910, che Larcher non esita a definire «le manifeste théâtral du nationalisme arabe» [pp. 115-132].
Un altro “mediatore” fra due culture è il celebre arabista (Jacques-)Auguste Cherbonneau (1813-1882) con le sue Fables de Lokman del 1888, incentrate sui racconti che la tradizione araba ha dedicato alla figura del saggio Luqmān (Cor. XXXI). André Miquel invita Larcher a leggere la poesia Bouée di Louis Aragon (1897-1982) e ne scaturisce una ricca ricerca che ripercorre la selezione dei passi originali arabi tratti dalle Fables de Lokman e le scelte stilistiche operate dal poeta francese [pp. 133-162].
Se infine hazl e ǧidd sono le due categorie intorno alle quali si tessono spesso le trame della letteratura araba classica, perché non concepirne un trasferimento anche sul piano musicale con l’opera seria e l’opera buffa? Il materiale letterario e musicale che, a partire dal Combattimento di Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, passando per le “turcherie”, poi per Mozart, arrivando alle ispirazioni delle Mille e una notte di Galland e oltrepassando Puccini, è enorme: un lungo filone dell’Opera si è nutrito di orientalismo e le piste di ricerca sono molteplici, innovative, e inesplorate [pp. 163-188].
In conclusione, il risultato che è possibile leggere in filigrana dalle proposte di Larcher è indubbiamente significativo: l’orientalisme savant e l’orientalisme littéraire sembrano distinti, distanti e indipendenti, ma in realtà sono intimamente connessi e l’uno ha direttamente o indirettamente sostenuto l’altro offrendo linfa vitale per la ricerca, in un caso, o per la creatività artistica, in un altro. Già Edward Said, nel suo celebre Orientalism del 1978, aveva tentato di mettere in luce questo legame, pur con la limitazione intrinseca di volgere il suo sguardo ai soli orientalismi di espressione inglese e francese. Ma Larcher non si accontenta, lamentando l’assenza in Said di riferimenti all’orientalismo d’espressione latina e tedesca, e riconoscendosi invece come più prossimo a quanto concepito da Maxime Rodinson nel suo La fascination de l’Islam del 1980, rielaborazione d’uno studio risalente al 1968 e intitolato Les Étapes du regard occidental sur le monde musulman.
Lingua, linguistica, letteratura e storia non funzionano a compartimenti stagni: se non si vuole correre il rischio di sterilità, le discipline devono interagire e confrontarsi. L’interdisciplinarietà andrebbe coltivata, non solamente predicata.

Giuliano Mion

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Giuliano Mion |