Eyad Houssami (ed.), Doomed by Hope. Essays on Arab Theatre, PlutoPress, London 2012, pp. 189.

Il teatro arabo vive attualmente un momento di grande vivacità e rinnovamento. Questo importante movimento di rinascita si è sviluppato in seguito alla grande partecipazione di autori, attori e registi alle “rivoluzioni” che hanno interessato il Maghreb e il Mashreq a partire dal 2011. Dallo Yemen alla Tunisia, dall’Egitto alla Siria, il teatro ha svolto un ruolo cruciale rendendo visibili, in patria e all’estero, quelle forze che spingevano e continuano ancora oggi a spingere verso un cambiamento politico e sociale.
Opportuno, quindi, appare il testo curato da Eyad Houssami, drammaturgo, direttore e fondatore del “Masrah Ensemble”, una organizzazione teatrale no-profit che ha sede in Libano. Il testo, che è edito in una doppia veste, in arabo e inglese, grazie all’impegno dell’istituzione olandese “Prince Claus Fund”, ha un titolo decisamente significativo. Infatti, l’espressione «Doomed by hope», ovvero “condannati alla speranza”, venne pronunciata dal drammaturgo siriano Sadallah Wannous durante il discorso tenuto nel 1996 in occasione del World Theatre Day istituito dall’International Theatre Institute affiliato all’UNESCO. In quel discorso Wannous poneva l’accento sull’importanza del teatro in quanto strumento di dialogo e di cambiamento, ed è proprio da questo assunto che sembrano partire i contributi di autori provenienti da Siria, Egitto, Libano, Palestina, Kuwait.
I saggi raccolti in questo testo includono studi accademici e narrazioni personali che, attraverso codici diversi, tracciano un quadro unitario, vivo e preciso sul teatro arabo dei nostri giorni, infrangendo il muro che separa mondo universitario e palcoscenico. La prefazione è, invece, affidata al romanziere libanese Elias Khoury che con Wannous ha condiviso un’esperienza di impegno artistico e politico vissuta da tutta una generazione di intellettuali, oltre che un coinvolgimento in prima persona nel teatro in quanto autore e direttore del Teatro di Beirut negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra civile. Ricordando la ricchissima produzione di Wannous, lo scrittore libanese rivendica l’impulso al cambiamento che i testi del drammaturgo siriano hanno instillato in quelle generazioni di giovani che sono scesi nelle piazze arabe, in particolar modo della Siria, dal 2011 in poi. Khoury rimpiange il fatto che Wannous sia morto ben quattordici anni prima. E, aggiungiamo noi, anche il suo riconoscimento in Europa è arrivato troppo tardi: solo quest’anno la Comédie Française di Parigi ha messo in scena uno degli ultimi testi di Wannous, Ṭuqūs al-išārāt wa ’l-taḥawwulāt (Rituali per una metamorfosi) del 1994, primo testo arabo a entrare nel repertorio della prestigiosa istituzione francese con la regia del kuwaitiano Sulayman Al Bassam.
L’importanza del teatro di Wannous e il peso della sua eredità nella drammaturgia araba contemporanea costituiscono il punto di partenza dei saggi di Edward Ziter, docente presso il Department of Drama della New York University, e Rania Jawad, dell’Università di Birzeit. Edward Ziter analizza la destrutturazione della tirannia da parte del drammaturgo siriano, mentre Rania Jawad indaga circa la messa in scena dei lavori di Wannous in un contesto di occupazione come quello dei campi profughi dei Territori Occupati palestinesi.
Il teatro siriano degli ultimi decenni è, invece, illustrato da Asaad Al-Saleh, docente di Cultural Studies alla University of Utah, e Meisoun Ali, dell’Istituto di Arti Drammatiche di Damasco, i quali, partendo dal teatro di Sadallah Wannous, arrivano a dar voce all’ultima generazione di autori siriani.
Tra i contributi accademici, quello di Katherine Hennessey si concentra, invece, sulla realtà dello Yemen e, in particolare, su alcuni spettacoli organizzati tra il 2009 e il 2010 che sembrano addirittura precedere di un paio di anni le proteste dei giovani yemeniti che verranno organizzate, prevalentemente, in spazi pubblici.
Il ruolo cruciale della memoria collettiva al tempo della rivoluzione egiziana è l’argomento trattato da Dalia Basiouny e Samia Habib, la prima autrice teatrale e professore di Storia del Teatro presso la AUC, e la seconda critico culturale e docente universitaria. Entrambe mettono a fuoco le attività teatrali organizzate al Cairo nel periodo successivo alle dimissioni di Hosni Mubarak.
Le pratiche teatrali di Siria, Libano, Kuwait sono descritte negli articoli di Abdullah Al Kafri, Zeina Daccache, Rabih Mroué e Sulayman Al Bassam. Il drammaturgo Abdullah Al Kafri, esamina la realtà della scena indipendente in Siria, l’unica a riuscire a proporre una alternativa allo statico apparato istituzionale. Zeina Daccache, attrice libanese, regista e fondatrice del centro Catharsis – Lebanese Center for Drama Therapy descrive la sperimentazione condotta in prima persona all’interno del carcere libanese di Roumieh dove ha messo in scena un adattamento da Reginald Rose, esperienza iniziata dopo aver conosciuto il lavoro di Armando Punzo con i detenuti del carcere di Volterra. Rabih Mroué intraprende un percorso anch’esso legato al tema della legalità e, in particolar modo, analizza il lavoro di messa in scena da parte di autori che vivono in stati totalitari partendo dal testo al-Iġtiṣāb (Lo stupro, 1989) di Sadallah Wannous. Sulayman Al Bassam, drammaturgo, performer, direttore della compagnia indipendente “SABAB Theatre” con sede in Kuwait, tra i maggiori registi arabi, e noto anche in Occidente, riflette sulla dimensione transnazionale dei propri adattamenti dei lavori di Shakespeare.
Lo sguardo di Joseph Shahadi, studioso e performer residente a New York, e Margaret Litvin, docente presso la Boston University, si sofferma sulle esperienze teatrali arabe nei paesi della diaspora e nei festival internazionali, con una particolare attenzione agli Stati Uniti dove il teatro arabo, negli ultimi anni, trova una sempre maggiore ospitalità.
L’ultimo contributo è di Jawad al-Asadi, drammaturgo e regista di origine irachena, che ha vissuto a lungo a Damasco e ha spesso collaborato con Sadallah Wannous. Il suo è un resoconto intimo e personale che intende raccogliere, per renderla pubblica e universale, quella che a suo parere è l’eredità maggiore del drammaturgo siriano, ovvero quella di riuscire a creare un teatro che riesca a sconfiggere perfino la morte.
Il testo, che riesce perfettamente nel suo intento di restituire agli studiosi e ai lettori in generale la ricchezza e il dinamismo dei palcoscenici arabi, è arricchito dalle fotografie di Dalia Khamissy, Yazan Khalili, Joseph Seif.

Monica Ruocco

This is an Article from La Rivista di Arablit - Anno III, numero 5, giugno 2013

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Monica Ruocco |