Ḥusayn Maḥmūd (Hussein Mahmoud), Maḥfūẓ fī Īṭāliyā: ṣāḥib al-faḍl (Maḥfūẓ in Italia: onore al merito), Dār šarqiyyāt li ’l-našr wa ’l-tawzī‘– bi ’l-taʻāwun maʻa al-Maʻhad al-Ṯaqāfī al-Īṭālī bi ʼl-Qāhirah, al-Qāhirah 2012, pp. 140.

Il centenario della nascita di Naǧīb Maḥfūẓ è servito da occasione per la pubblicazione di un gran numero di testi sulla vita e la letteratura del padre del romanzo arabo contemporaneo, confermando quanto su questo autore ci sia ancora tantissimo da dire. All’interno di questo ingente quanto variegato corpus di opere, Maḥfūẓ fī Īṭālyā: ṣāḥib al-faḍl attira l’attenzione per la particolare prospettiva da cui si propone di esplorare il continente Maḥfūẓ. Pubblicato con la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura del Cairo, questo studio, infatti, intende analizzare la ricezione dello scrittore egiziano nel Belpaese, con la doverosa attenzione sia alle traduzioni dei suoi scritti che alla produzione saggistica inerente alla sua opera.

Autore del volume è Ḥusayn Maḥmūd (Hussein Mahmoud), professore ordinario di italianistica presso l’università egiziana di Ḥelwān: traduttore dall’italiano di scrittori quali Vittorini, Tabucchi, Fo e Benni, è anche autore di numerosi studi sulla letteratura italiana, araba e, in particolare, egiziana. Questo lavoro è, dunque, il risultato dell’incrociarsi di diversi interessi accademici, nonché di una lunga e intensa attività di collaborazione con arabisti e italianisti, in Italia come in altri paesi.

L’introduzione al testo è firmata dal Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura del Cairo, Dante Marianacci: le sue parole, oltre ad anticipare i contenuti dello studio, sembrano volere soprattutto offrirne un’iniziale chiave di lettura, suggerirne un taglio anche emotivo. La sua passione per la letteratura si fonde con le valutazioni di chi ha lavorato tutta la vita sul fronte del dialogo tra le culture. L’intellettuale, che colloca Maḥfūẓ tra i grandi romanzieri che hanno formato intere generazioni è, dunque, anche il lettore che confessa di aver scelto, all’arrivo in Egitto, di recarsi non alle piramidi, bensì ai quartieri dove i personaggi della Trilogia hanno vissuto le loro storie, per ricercarne ed assaporarne l’atmosfera [p. 8].

Subito dopo queste pagine, Maḥmūd presenta l’idea principale, l’asse portante del testo, a partire dal titolo: il riconoscimento del grande servizio che Naǧīb Maḥfūz, con la sua letteratura, ha reso «non solo a se stesso, ma al suo Egitto, alla letteratura e ai letterati arabi insieme» [p. 11]. Il suo merito principale, spiega l’italianista, è quello di aver aperto gli occhi dell’editoria, della critica e del grande pubblico italiani sulla letteratura araba, di averne fatto riconoscere finalmente il valore in quanto prodotto di una civiltà che non solo è grande e antica, ma che ha fornito importanti basi anche a molte altre culture [p. 12].

Tale affermazione, tuttavia, potrebbe suonare come vuota, retorica, encomiastica, senza un adeguato approfondimento critico. Non incorre in questo rischio l’autore di questo studio, il quale delinea nel capitolo introduttivo, traendo spunto sia da ricerche italiane che da fonti elettroniche , il quadro complessivo in cui l’opera di Maḥfūẓ e la letteratura araba in generale sono state recepite in Italia. In quest’ottica, il contesto italiano diventa, da un lato, paradigma della relazione dell’Occidente con il mondo e la cultura araba, mentre, dall’altro, conserva le sue peculiarità, sia per quel che concerne la produzione accademica degli arabisti ed orientalisti italiani, che per quanto riguarda le interazioni tra società, mercato editoriale e mass media.

Questi ultimi sono i livelli su cui Maḥmūd compie un’analisi più approfondita, che permette di cogliere alcuni aspetti critici che traspaiono dietro l’innegabile positività di quello che può essere definito come “effetto Nobel”. Irrompendo in uno scenario in cui una concezione eccessivamente eurocentrica del valore letterario condannava gran parte delle letterature del Terzo Mondo a livelli di attenzione e diffusione scarsi e precari, Maḥfūẓ è stato capace di proporre agli occhi dei critici italiani un canone estetico originale, autonomo, facendo in modo che la sua letteratura fosse letta e compresa nel suo valore reale. In questo modo, ritiene Maḥmūd, si può dunque parlare in Italia di un fenomeno di ricezione “post-Maḥūẓ”, grazie al quale la letteratura araba ha “conquistato la fiducia del lettore” [p. 16]. Tuttavia, l’italianista egiziano fa notare una ricaduta negativa: l’attenzione eccessiva degli autori arabi verso il pubblico estero, ha provocato un adeguamento di contenuti, stile e lingua al gusto occidentale, perdendo quella che è stata “la lezione di Maḥfūẓ” [p. 16]. Indubbiamente, questo aspetto chiama in causa dinamiche estremamente più complesse che vedono interagire, in una dimensione ormai globalizzata, i campi letterari dei paesi arabi con l’industria editoriale occidentale, spesso prevaricante.

Maḥmūd identifica in questo denso capitolo introduttivo altri due importanti fattori che condizioneranno, in seguito alla fase di fioritura degli anni Novanta, la ricezione in Italia della letteratura e, di conseguenza, della cultura arabo-islamica. Il primo è di natura eminentemente politica: gli attacchi dell’11 settembre 2001 hanno comportato il ritorno di un’attitudine negativa, di stampo “orientalista”, nei confronti del mondo arabo, che veniva cristallizzato come espressione di un universo islamico antagonista e retrivo; tali letture, fa notare l’autore, non hanno risparmiato neanche l’opera di Maḥfūẓ. L’altro fattore è, invece, radicato nella cultura italiana degli ultimi anni, dove si è assistito ad una crescente attenzione verso la letteratura di immigrazione, segnata dalla produzione di scrittori di origine araba particolarmente attivi. In questo panorama, pur riconoscendo il ruolo guida di Maḥfūẓ, va segnalato tuttavia come i suoi romanzi siano oggi letti in misura minore, soprattutto dal pubblico italiano delle ultime generazioni.

Con le parole dell’arabista e islamista Sergio Noja Noseda, il quale, precorrendo i tempi, auspicò questo ambito riconoscimento internazionale per Naǧīb Maḥfūẓ [p. 22], si chiude questa parte introduttiva e inizia un percorso ragionato tra i contributi di arabisti e orientalisti italiani.

Le pagine di questa che è la sezione principale di Maḥfūẓ fī Īṭālyā: ṣāḥib al-faḍl ricalcano e approfondiscono i nodi principali già introdotti, inserendoli in una cornice cronologica: dalla “scoperta” di Maḥfūẓ, proseguendo attraverso l’assegnazione del Nobel, fino ad arrivare alla sua morte. Gli interventi sulle caratteristiche dell’opera di Maḥfūẓ vengono affiancati a considerazioni e valutazioni sul quadro generale dell’attività di traduzione in italiano della letteratura araba.

I primi capitoli di questa parte vertono sulle modalità con cui Maḥfūẓ è stato introdotto ai critici e ai lettori italiani. Attraverso la presentazione del numero speciale di “Oriente Moderno” (dedicato al premio Nobel), di cui vengono tradotti numerosi estratti, Maḥmūd sottolinea come quanto Maḥfūẓ fosse già da lungo tempo apprezzato e ben conosciuto nei, seppur ristretti, ambienti accademici italiani. Si trovano qui riportati, infatti, diversi e articolati giudizi di valore e le numerose considerazioni critiche e teoriche sulla sua letteratura: questi commenti, da un lato mostrano quanto l’autore egiziano fosse legato alla cultura arabo-islamica, di cui ha saputo cogliere e trasmettere gli aspetti più elevati, e, dall’altro, mettono in evidenza il valore universale della sua opera, indubbiamente paragonabile a quella dei vari Balzac, Dostoevskij, Proust e Joyce, solo per citarne alcuni. Un altro aspetto importante che traspare da queste pagine, e che Maḥmūd non esita a mettere in evidenza, è quanto la soddisfazione per l’importante riconoscimento si affianchi ad una severa critica dell’eurocentrismo delle case editrici, e di alcuni intellettuali italiani, che avevano fino ad allora ignorato Maḥfūẓ e la letteratura araba, o l’avevano confinata al rango di letteratura esotica, di poco conto.

Un capitolo intero, “Maḥfūẓ bayna al-adab wa ʼl-sīnimā” (Maḥfūẓ tra la letteratura e il cinema), è dedicato ad un breve saggio sull’argomento scritto da  Maḥmūd Sālim al-Šayḫ (Mahmoud Salem El Sheikh). L’intento di Maḥmūd è quello di offrire al lettore un valido approfondimento sull’opera del Nobel egiziano per la letteratura, e al contempo rendere un doveroso omaggio ad un insigne accademico, esperto in filologia romanza, e validissimo ponte tra le culture italiana ed egiziana.

L’ultimo capitolo dello studio passa in rassegna le testimonianze di intellettuali e accademici italiani, nonché di alcuni suoi traduttori, apparse sulla stampa italiana periodica e quotidiana in occasione della morte di Naǧīb Maḥfūẓ. Queste pagine sono in grado di dimostrare come il tempo abbia cementato e consolidato il rispetto, l’apprezzamento e l’affetto provati dagli italiani verso questo grande scrittore egiziano. In questi scritti la lezione del premio Nobel ritorna arricchita di spunti tematici preziosi, e rinnova l’attenzione per la cultura mediterranea e l’imperativo di combattere l’intolleranza e gli assolutismi di ogni genere.

Tale opera, rivolta alle complesse relazioni tra universi culturali differenti malgrado la vicinanza geografica, può essere valutata da differenti punti di vista e da diverse prospettive accademiche. Indubbiamente, questo volume offre al lettore e allo studioso un rigorosamente selezionato, organizzato e sostanzioso corpus di studi italiani di arabistica, fonti primarie che permettono di seguire la parabola dell’interesse e della conoscenza italiana della letteratura e della figura di Maḥfūẓ, nonché delle culture egiziane ed araba.

Allo stesso modo risulta estremamente utile la voluminosa (e dispendiosa, in termini di quantità di lavoro richiesto) appendice, dove sono riportate tutte le numerose traduzioni in italiano dell’opera mahfuziana: i testi sono presentati in ordine alfabetico rispettoso della traduzione del titolo italiano, che viene tradotto alla lettera; per ogni traduzione è, poi, fornita una brevissima sinossi, in modo da evidenziare eventuali differenze con l’originale.

Da questo punto di vista, un altro indiscusso pregio di questo saggio è quello di offrire consistenti informazioni bibliografiche sulla vita e sull’attività dei principali orientalisti e arabisti italiani. Inoltre, attraverso queste pagine e le testimonianze che riporta, Maḥmūd offre al lettore un quadro molto dettagliato dei vari editori che, all’inizio, hanno scommesso su una letteratura araba praticamente sconosciuta, e che poi, solo in seguito, sono riusciti a diffondere. Questa indagine rappresenta, si potrebbe dire, un importante valore aggiunto, dato che informazioni di questo tipo, spesso difficili da reperire, risultano essere assolutamente preziose per lo studioso.

È quindi indubbio quanto Maḥfūẓ fī Īṭāliyā: ṣāḥib al-faḍl possa essere di interesse e utilità, nella misura in cui offre la possibilità di guardare a se stessi attraverso uno sguardo esterno, decentrato. Questa considerazione chiama in causa un altro aspetto notevole che attraversa implicitamente questo breve e denso studio: si tratta delle dinamiche di collaborazione tra le istituzioni accademiche e culturali italiane ed egiziane che, soprattutto attraverso l’impegno professionale di molti professori e ricercatori (tra cui Maḥmūd stesso), hanno dato ottimi frutti, solo in parte presentati in queste pagine. L’incontro tra Oriente e Occidente, spesso ancora demonizzato, non è qui semplicemente un oggetto di studio da sottoporre ad accurato scrutinio, ma diventa anche pratica stessa di ricerca. Ed è in questo senso, quello delle possibilità offerte dall’intersecarsi di diverse tradizioni e orientamenti di studio, che suona ottimista la domanda lanciata nelle pagine di questo volume, quasi a sembrare un suggerimento per ulteriori direzioni di ricerca: «In che misura Naǧīb Maḥfūẓ è realmente conosciuto in Italia? Cosa è stato compreso della sua scrittura? […] Quale influenza, dunque, possiamo ritenere che egli abbia esercitato?» [p. 21].

Alessandro Buontempo

This is an Article from La Rivista di Arablit - Anno II, numero 3, giugno 2012

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Alessandro Buontempo |